Perché la procura della repubblica di Roma è detta “il porto delle nebbie”?

Un porto pieno di nebbia ..

Subject:
Perché la procura della repubblica di Roma è detta “il porto delle nebbie”? [more info da repubblica.it]
Date:
Tue, 23 Feb 2010 13:13:39 GMT
From:
L <parmenide_2002@yahoo.it>
Organization:
[Infostrada]
Newsgroups:
it.cultura.filosofia, it.politica, it.discussioni.misteri

http://www.repubblica.it/politica/2010/02/23/news/g8_procura_indagini-2397732/

++
cit on
++

Politica

Travolta dall’inchiesta fiorentina, la procura della capitale si spacca
Il conflitto si spiega con quanto accaduto in questi ufcici nell’ultimo
anno

G8, un anno tra dubbi e frenate
così a Roma si congelò l’indagine

di CARLO BONINI

ROMA – Travolta dall’inchiesta fiorentina, la Procura di Roma si spacca.
Saltano le alchimie che l’hanno sin qui governata. E nel suo giorno più
lungo, il conflitto che l’attraversa si intreccia e si spiega con quanto
è accaduto in questi uffici non nelle ultime ore ma nell’ultimo anno.
Nel pomeriggio, un’assemblea dei sostituti e un comunicato provano in
qualche modo a tamponare e dissimulare la sostanza della posta in gioco:
“Comportamenti attribuiti a singoli magistrati (l’ex procuratore
aggiunto Achille Toro) – si legge – non possono e non devono coinvolgere
negativamente l’impegno e la correttezza dei magistrati di Roma”.
Appaiono invece più sincere le parole con cui un magistrato di lungo
corso di quell’ufficio, a sera, rende intelligibile quanto è accaduto:
“Avevamo due possibilità. La prima: arrivare fino in fondo a una
discussione che avrebbe finito per delegittimare oggettivamente il
procuratore capo Giovanni Ferrara e avrebbe aperto un “caso Procura di
Roma”. La seconda: salvare Ferrara e con lui l’onore di un ufficio dove
lavorano cento sostituti, provando a spiegare che esiste solo un “caso
Toro”. Abbiamo scelto il male minore. Oggi, dunque, diciamo che esiste
solo “un caso Toro”. Anche perché, sfiduciare Ferrara avrebbe
significato spiegare al Paese che in questa Procura il tempo non è mai
passato. Che non ci si è mai mossi davvero dai giorni del “porto delle
nebbie. Il che, oggettivamente, non è poi vero”.

Un “caso Toro”, dunque. E non “un caso Ferrara”, dicono a piazzale
Clodio. Anche se la vigilia dell’assemblea di ieri e le indagini avviate
dalla Procura di Perugia sembrano suggerire uno scenario diverso. A
Roma, un gruppo di sostituti era pronto ieri pomeriggio a un documento
di solidarietà con il Procuratore di Firenze (poi rientrato). A Perugia,
una sola settimana di inchiesta ha cominciato a svelare che l’indagine
sull’ex procuratore aggiunto non interpella solo le mosse di un
magistrato che si vuole infedele (Toro) nei giorni in cui due Procure
della Repubblica (Roma e Firenze) “scoprono” di indagare su una stessa
vicenda (i grandi appalti della Protezione civile) e identici
protagonisti (la “cricca”). Ma interpella (anche) le scelte del vertice
della Procura di Roma nei dodici lunghi mesi in cui, a sua volta, ha
indagato sulla “cricca” e gli appalti della Protezione Civile.

Una storia, questa, che comincia nel gennaio del 2009 e che è utile
ricostruire proprio per comprendere che cosa davvero laceri in queste
ore la Procura di Roma.

Gennaio 2009, dunque. La Procura di Tempio Pausania invia per competenza
a quella di Roma una notizia di reato segnalata dai carabinieri del Noe.
In quel fascicolo sono allegati, insieme ad articoli di stampa sugli
appalti del G8 alla Maddalena, una serie di intercettazioni telefoniche
(i carabinieri ne hanno trascritte soltanto tre), avviate in tutt’altro
contesto, ma in cui balla la figura del costruttore Diego Anemone.
Secondo il Noe, esiste in quelle conversazioni il “fumus” della
corruzione e comunque il presupposto per una “delega” ad approfondire
l’indagine che valuti le responsabilità degli amministratori pubblici
che sul G8 della Maddalena hanno avuto e hanno competenza. Tra loro,
Angelo Balducci, che del G8 alla Maddalena è stato “attuatore” e
“supervisore”.

Il lavoro del Noe non ha fortuna. Il procuratore aggiunto Achille Toro –
il magistrato che ha la delega del pool investigativo sui reati contro
la pubblica amministrazione e cui il procuratore Giovanni Ferrara è
legato da amicizia, stima professionale e appartenenza di corrente (la
moderata “Unicost”) – ritiene quell’incarto poca cosa. Affida il
fascicolo al pm Assunta Cocomello e convoca in Procura il comandante del
Nucleo di polizia tributaria di Roma, il colonnello della Guardia di
Finanza Vito Augelli.

E’ il 2 febbraio 2009, quando l’ufficiale delle fiamme gialle lascia
piazzale Clodio. In mano non ha nessuna delega di indagine perché – come
confermano oggi a “Repubblica” qualificate fonti della Finanza, nonché
gli atti in possesso della Procura di Perugia – la scelta di Toro è,
diciamo così, minimale. Al Nucleo di polizia tributaria, il Procuratore
aggiunto chiede infatti una semplice “ricognizione societaria” del
gruppo Anemone. Poco più, insomma, che una visura approfondita del
registro imprese. “Per avere un quadro più chiaro della storia”, dice
Toro. E’ un lavoro che porta via neanche un mese e che, ovviamente,
scopre l’acqua calda. Che il gruppo Anemone è una holding dalle molte
società che aprono e chiudono in coincidenza con l’affidamento degli
appalti e in cui, al più, si potrebbe trovare qualche irregolarità
fiscale.

Siamo dunque a marzo 2009. La Finanza è convinta che all’esito del
lavoro preliminare sul gruppo Anemone otterrà – questa volta sì – una
delega di indagine. Ma sbaglia. Toro non vede nessuna urgenza per
avviare attività di questo tipo e, soprattutto, sa di poter contare
sull’appoggio del procuratore Ferrara di fronte all’insistenza del
sostituto titolare dell’inchiesta, Assunta Cocomello, che, al contrario,
vorrebbe partire in quarta con un’indagine se necessario anche invasiva.
E’ una discussione quella tra la Cocomello e Toro che – come lei stessa
racconta a verbale ai magistrati di Perugia – si protrae per tutta la
primavera. E che si infrange definitivamente quando la sua proposta di
avviare intercettazioni telefoniche sulle utenze di Anemone e Balducci
viene gelata dall’intervento di Ferrara (“una normale e fisiologica
dialettica con un sostituto”, spiega oggi Ferrara ai magistrati di
Perugia). Il Procuratore, insieme al suo aggiunto Toro, usa due
argomenti. Il primo, giuridico. Il secondo, di opportunità.

L’argomento giuridico – come riferisce Ferrara a verbale ai magistrati
di Perugia – suona così: “mancano i gravi indizi di reato per
configurare una corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio”,
dunque, il rischio è che il gip respinga la richiesta di
intercettazioni, non ravvisandone i presupposti. L’argomento di
opportunità ha invece a che fare con il calendario e l’agenda politica.
Mancano in quel momento pochi mesi al G8 e – ragiona Ferrara –
“un’indagine dai presupposti poco solidi” rischia di tradursi in un
danno per l’immagine che il Paese si gioca alla Maddalena. Servono
insomma “prudenza” e “mosse ponderate”. Il fascicolo Anemone/Maddalena
va dunque in sonno. E a rianimarlo, ancora una volta, sarà la Guardia di
Finanza.

A settembre 2009, quegli scocciatori delle fiamme gialle notificano
infatti alla Procura che la Banca d’Italia ha segnalato operazioni
sospette per 800 mila euro in contanti a carico di Stefano Gazzani e
tale architetto Zampolini. Guarda caso, il commercialista e il
progettista del gruppo Anemone. Ci sarebbe da che animarsi e, invece,
bisogna aspettare il novembre 2009 perché qualcosa si muova. Soltanto il
7 di quel mese, infatti, dopo che alla Cocomello è stato associato il pm
Sergio Colaiocco (che ha sin lì lavorato all’indagine sugli appalti dei
Mondiali di nuoto 2009), la Finanza ottiene semaforo verde. Non una
delega di indagine in senso proprio, ma “un supplemento” di istruttoria
a quella segnalazione della Banca d’Italia.

I primi risultati arrivano in Procura il 15 gennaio scorso. E quindi
vengono integrati il 26 e il 28 di quello stesso mese. Quei movimenti –
documenta la Finanza – consentono di tirare un filo investigativo che
porta da Anemone a Balducci. I pm Cocomello e Colaiocco si mettono a
lavorare a una bozza di richiesta di intercettazioni telefoniche sulle
utenze di Anemone e di altri protagonisti della “cricca” che verrà
formalmente presentata al gip il 29 gennaio. Due giorni dopo che Ferrara
ha avuto conferma che Firenze intercetta Balducci&co da un anno e mezzo.
Lo stesso giorno in cui sa che pendono richieste di arresto. Oltre un
anno dopo quella prima informativa dei carabinieri del Noe. In dodici
mesi, è il primo atto di indagine di Piazzale Clodio. Perché quei
finanzieri che hanno visitato gli uffici di Anemone nel 2009 sono stati
soltanto un incidente di percorso. Lui non lo sa ma non li ha mandati la
procura, ma una visita fiscale di routine.

(23 febbraio 2010)

++
cit off
++

Commento:
Ecco perché alle 3:32 qualcuno rideva ..

Saluti felicità,

L

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2 Responses to “Perché la procura della repubblica di Roma è detta “il porto delle nebbie”?”


  1. 1 Alberto Gramaccini 12 maggio 2010 alle 23:00

    Provate a sporgere denuncia contro “garantiti” se la competenza è del posto suddetto e scoprirete il motivo per il quale esso è definito “il porto delle nebbie”. Già verificato più volte.
    Esempio. Denuncia congiunta contro l’attuale ministro della giustizia e suoi precedecessori, apertura procedimento del p.m. a modello K che colà significa modello 45 per fatti non costituenti reato e dunque nessuno ha commesso reati e nessuno è persona offesa degli stessi; richiesta di archiviazione comunicata ai denuncianti in qualità di persone offese; opposizione inoltrata dai denuncianti al g.i.p. con richiesta primaria di fissazione di udienza in Camera di consiglio e tutto bloccato perché il g.i.p. ha terminato il suo mandato e si è in attesa del sostituto.
    Il traguardo è irraggiungile perché coperto da nebbia fitta quindi non identificabile e i mezzi per raggiungerlo sono sempre misteriosi.


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